Il naufragio discreto dell’università europea

L’università degli orroriOrmai da tempo i discorsi intorno all’Università hanno il loro saldo protocollo. Il gioco delle parti prevede un mondo della politica che ne reclama a gran voce l’aspetto professionale (il rendimento funzionale e l’adattamento alle richieste del mondo del lavoro), mentre da parte loro i rappresentati della casta universitaria ne difendono l’indipendenza intellettuale, richiamandosi ad un’autonomia quasi spirituale, per così dire, prima che legislativa. In mezzo a questo dialogo tra sordi, il naufragio “discreto” dell’Università di massa. Discreto perché pur se sotto gli occhi di tutti riesce a non imporsi in tutta la sua gravità come una vera emergenza morale. «Un numero sempre crescente di liceali e studenti universitari è incapace di articolare in una lingua comprensibile un pensiero coerente su un soggetto semplice. Questo è un problema enorme in una società dove la dimensione intellettuale delle professioni è decisamente più importante rispetto a cento anni fa». Conforta (o deprime ulteriormente) constatare che guardando fuori dai nostri confini le cose non stanno diversamente, visto che a parlare è Pierre Jourde – scrittore e docente di Letteratura all’Università di Stendahl-Grenoble III – che su questa “distruzione organizzata del sapere” ha incentrato (e curato) l’opera collettiva, Université: La Grande Illusion, da poco pubblicata in Francia. Seppur dedicata al contesto transalpino, l’analisi evidentemente riguarda innanzitutto il posto e il ruolo che l’Università occupa nelle nostra società, perché senza sapere a cosa essa è destinata e quali debbano oggi essere i suoi compiti, nessuna riforma etica o pragmatica può cogliere nel segno. L’Università non è più da tempo il luogo di riscatto sociale della classe media, non forma più i dirigenti o l’élite di un paese, non produce ricerca significativa, ma si “riproduce” semmai e si celebra essa stessa nella propria autoreferenzialità assistita. Il libro è dunque mosso dalla necessità per gli universitari (tutti docenti affermati provenienti da vari atenei francesi) di prendere la parola sull’Università, e in cioè risiede sia il suo interesse che il suo limite, evidentemente. L’interesse sta nel tentativo di uscire dalla dicotomia che oppone un’università-azienda a un’università-accampamento, perché secondo gli autori si tratta di due diverse forme di strumentalizzazione dell’Università, “strattonata” tra chi la riporta al discorso funzionalista e chi ad un discorso sociale (in una concezione dell’insegnamento superiore “assorbita” dalla lotta di classe). Primo punto in cui saremmo chiamati a riflettere è invece il disastro culturale che va sotto il nome di democraticizzazione dell’Università. La laurea (si badi, la laurea non l’istruzione) come “diritto” da garantire ad ogni costo in un percorso di reazioni a catena che dalla scuola primaria agli atenei non tollera alcuna interruzione (da qui il successo, ad esempio, delle suole private di sostegno – quelle dei “30 esami in due giorni”, ecc…). Questa (falsa) democraticizzazione non porta solo “tutti” all’Università, ma si riverbera evidentemente sul livellamento dei titoli (per cui una laurea in “animatore turistico” non è diversa da una in “filologia romanza”, anzi si dirà che la prima è “più vicina alle esigenze del mondo del lavoro di oggi”). Una “laurea per tutti” significa infondo anche questo, e cioè che ognuno può tramutare quelli che fino a poco tempo fa non avremmo esitato a definire degli “hobby”, in un titolo certificato. Senza tirare in ballo l’annullamento dei confini tra cultura “alta” e cultura “bassa”, il fenomeno appare soprattutto come il riflesso inevitabile di una società che, da un lato, obbliga al possesso di una laurea e, contemporaneamente, tiene nel più alto discredito lo studio, il lavoro intellettuale, i tempi della ricerca. In questa enorme ipocrisia sociale, il discorso che garantisce l’Università a tutti, è speculare (e funzionale) all’iper-selettività elitaria delle grandi scuole di specializzazione, queste sì rivolte a pochi “fortunati” e protese verso l’inserimento effettivo nel lavoro. Ma si è detto anche dei limiti di uno “sguardo interno” portato sui problemi dell’Università, ed essi evidentemente stanno in una certa “vaghezza” con cui ci si pronuncia sul problema del reclutamento della classe docente definita anche nel libro come “la chiave di volta del sistema” (insomma, ci si perdoni l’esempio, ma è un po’ come quando il mondo del ciclismo si pronuncia sui problemi del doping). Una vaghezza che comunque non raggiunge quella del nostrano “Ethicamente” (il recente progetto ideato e voluto dal Ministero dell’Università e della Ricerca) in cui gli appelli ad un codice deontologico e ad una «coscienza delle proprie responsabilità sociali», trovano di fatto nell’aumento dei programmi e delle ore di “educazione civica” la ricetta in grado di sviluppare una maggiore trasparenza e legalità! Come si ammette nel libro, invece, più uno studioso avanza nella propria formazione e più il circolo dei suoi pari si restringe progressivamente, formando quella che nel codice etico si chiama “comunità scientifica”, e che nella realtà dei fatti può assumere le connotazioni di una “setta”, ognuna delle quali sviluppa le proprie ritualità interne. Se in riferimento all’offerta universitaria la parola “selezione” è un tabù, essa invece si riveste di tutto il suo spessore darwiniano se riferita ai metodi di reclutamento interni. Notiamo amaramente che l‘unico saggio del libro dedicato al nepotismo è scritto da un docente italiano (che lavora in Francia), sia chiaro non perché le Università francesi siano limpide e trasparenti, ma piuttosto perché si tenta di evidenziare una peculiarità che egli stesso (sulla scia di Umberto Eco) definisce come il “darwinismo all’italiana”. “Non parlo tanto di corruzione ma di una sorta di resistenza di ceto. I tempi di reclutamento sono lunghissimi, pieni di fasi di stallo, di attese kafkiane, e le risorse economiche riservate nel frattempo allo studioso talmente misere, che la maggior parte delle volte sono solo quelli che dispongono di propri mezzi di sostentamento in partenza che riescono a portare a termine questo percorso di selezione. L’elitismo accademico all’italiana parte da qui. Le Università sono fondamentalmente povere e la ricerca scientifica priva di mezzi, ma gli universitari italiani in rapporto ai loro colleghi europei sono fondamentalmente ricchi o benestanti”.

di Andrea Minuz

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