Ma Mussi che cosa pensa di questi rettori?

L’università degli orrori Questo giornale ha deciso da tempo di dedicare molto spazio a quella che definiamo sul nostro blog  “l’università degli orrori”. Perché di orrori si tratta laddove sono in gioco da un lato interessi generali – la qualità della formazione è uno dei primi punti dell’agenda europea – e dall’altro la difesa corporativa di caste professionali che considerano gli atenei roba loro. Abbiamo scoperto, per esempio, che i rettori si sono specializzati nell’arte della sopravvivenza. Con il trucco delle riforme degli statuti moltiplicano i loro mandati (potete immaginare quale sia la merce di scambio al corpo elettorale dei docenti: volano soldi e incarichi), scardinando così il principio del ricambio al vertice di un’istituzione, cioè la garanzia fondamentale della sua neutralità e della sua efficienza. La procedura è perfettamente bipartisan. La coltivano i rettori di sinistra, gli stessi che poi si esercitano nelle prediche contro il malcostume della vita pubblica, e quelli di destra, più silenziosi ma altrettanto efficaci nella loro autotutela. Succede così che a Cagliari c’è lo stesso rettore da sedici anni, e da Brescia a Perugia, da Roma a Trento, da Firenze a Bologna, i magnifici sono tutti in corsa per cambiare le regole del gioco. E restare ai loro posti. Abbiamo denunciato, e continueremo a farlo, casi evidenti di conflitti d’interessi, in quella zona grigia tra la politica e l’università, molto ben rappresentata, ai massimi livelli, in tutti i gruppi parlamentari e nel governo: il ministro dell’Università, per esempio, è per consuetudine, quasi per diritto naturale, un rettore. L’ultimo caso arriva dalla Sicilia, dove un ateneo locale, tra l’altro non riconosciuto dalla Crui, ha strappato un generoso finanziamento di 300.000 euro mentre mancano soldi dappertutto. E chi ha pilotato la pratica nei corridoi e nelle aule di Montecitorio? Lo stesso deputato, diessino, che ha fondato l’università di Enna e fa parte della commissione Bilancio che istruisce la finanziaria. Abbiamo raccontato i casi di 300 facoltà con meno di 15 studenti (37 ne hanno solo uno), ma con i relativi presidi; master costosi e inutili; atenei con gli elenchi degli iscritti gonfiati per non retrocedere nella classifica dei finanziamenti. A questo punto ci sono venute in testa alcune domande: ma il ministro Fabio Mussi che cosa ne pensa di questi rettori? Tace per solidarietà accademica o per imbarazzo? Pensa di potere intervenire? Da giorni si parla giustamente dei costi impropri della politica, dei privilegi che scorrono come un fiume tra il Parlamento e i partiti. Ma se spostiamo lo sguardo e osserviamo la nostra classe dirigente attraverso il filtro del corpo accademico, allora è chiaro che le caste della politica altro non sono che la proiezione delle tribù della società civile. A partire da quelle universitarie.

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