I moderati che vorrei – Settimo appuntamento – Savino Pezzotta

Continua il viaggio dell’Indipendente in compagnia di personaggi dell’establishment culturale ed economico di sinistra. Un confronto che nasce dall’esigenza di riflettere sui temi forti della rappresentanza moderata, crocevia da cui passa la stabilità politica del nostro Paese. Questa settimana il terzo appuntamento è con Savino Pezzotta. Gli altri sono disponibili qui sul nostro sito

Lei si definisce un cattolico riformista. Che cosa significa?
Sono cattolico perché appartengo alla Chiesa, alla sua apertura, al suo sguardo universale. E politicamente sono un riformista perché coltivo il senso della gradualità per cambiare il mondo.
Le dispiace se aggiungo la parola moderato?
Assolutamente. La moderazione è la prima virtù di un riformista: significa la capacità di conciliare i contrasti. Con realismo, ma anche con molto rigore perché il moderato ha la consapevolezza che le sue decisioni si riflettono sulla vita delle persone. Non sono astratte.
Perché moderato è una parola che piace poco, per esempio, ai giovani?
È stata svalutata da un’idea pragmatica, furbesca e di basso profilo del moderatismo. Invece, lo dico pensando in particolare ai giovani, il moderato è un autentico radicale. Vive di utopie, ma sa dove deve andare perché è guidato da un progetto.
Mi traduca meglio, per favore.
Il moderato non è un vagabondo o un nomade, è un pellegrino. Il Novecento ha avuto il grande male delle ideologie e nel nome di una razza o di una classe si pensava di costruire un mondo migliore. Era la piramide costruita con il sacrificio. Per il moderato quella piramide è un orrore, ma il sogno di costruire qualcosa di meglio, di allungare lo sguardo, resta.
Chi è un moderato moderno che incarna queste virtù?
In Italia ne abbiamo avuti tanti, da Alcide De Gasperi a Aldo Moro. E alla fine del terribile Novecento, il leader politico di maggiore qualità è proprio un moderato: Helmut Kohl.
La sua utopia è stata la riunificazione della Germania.
Già, qualcosa che sembrava impossibile anche nelle opinioni pubbliche del Paese.Lui è andato avanti, diritto per la sua strada verso un obiettivo che solo un vero leader poteva raggiungere. E ha vinto.
La leadership oggi ha un peso determinante nella battaglia politica.
Non mi spaventa l’idea che oggi, in politica, conti innanzitutto il fascino di un leader. L’importante, però, è come si esercita questa leadership…
Cioè?
Un leader unisce, non separa. Convince, non domina. E non riduce il suo progetto politico a un fatto personale. Non a caso, nel malato bipolarismo all’italiana abbiamo due leader che pensano di incarnare il tutto a forza di strappi e di divisioni.

per continuare a leggere l’intervista scaricate il pdf qui

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