Le pensioni? Un privilegio per quelli del ’68

GiornaleIl tavolo tra il governo e le parti sociali sulle pensioni, che si apre oggi a Palazzo Chigi, è troppo vicino alle amministrative per essere risolutivo. Eppure c’è un comune denominatore nella proposta che l’esecutivo sta studiando: tra la sostituzione dello scalone di Maroni (età pensionabile a 60 anni) con gli scalini di Damiano (58 anni) e la rivalutazione dei coefficienti pensionistici soltanto per i redditi più alti, c’è la volontà di difendere una generazione ben precisa, quella del Sessantotto. Sono loro, ormai vicini ai sessant’anni, quelli che sarebbero maggiormente colpiti dalla riforma voluta dal centrodestra. Il governo, quindi, sta lavorando per garantire l’ennesimo privilegio a una generazione composta da poche centinaia migliaia di persone. E poco importa che il conto sarà presentato nei prossimi anni a 15 milioni di italiani, che in futuro andranno in pensione molto tardi e con un assegno uguale a poco più della metà dell’ultimo stipendio. Ma l’Italia non è la Francia dove Nicolas Sarkozy ha chiesto ai suoi connazionali «di seppellire il falso mito del Sessantotto». E infatti da noi non si scandalizza nessuno vedendo aiutare una generazione che non ha fatto nessuna rivoluzione, ma si è garantita una vita facile con le lauree ottenute col 6 politico, con carriere costruite solo sull’anzianità e mai sul merito, fino alla pensione a cinquant’anni pagata dai contributi altrui. D’altra parte questa generazione (cui appartiene anche chi scrive) ha vantaggiosamente barattato la contestazione giovanile con l’inserimento senza selezione nei quadri della politica, della finanza, della cultura e del giornalismo. E così è diventata il baluardo del potere e, quindi, della conservazione. Partendo da questo quadro è facile capire che il governo cercherà di vendere bene la poca merce di cui dispone: un modesto aumento degli ammortizzatori sociali e una loro estensione ad alcune delle categorie che ne sono escluse. Tutto per far passare sotto silenzio la scelta di abbassare i coefficienti di calcolo delle pensioni future, che saranno più magre per finanziare il mantenimento dei privilegi di alcuni. E l’effetto pratico sarà colpire ancora una volta i “ceti medi”, quei cittadini con redditi superiori ai 1.500 euro al mese e considerati “ricchi” dall’estrema sinistra. Una fascia di popolazione che sarà taglieggiata due volte. Infatti alla maggiore tosatura fiscale, effetto delle progressività delle aliquote, si somma la riduzione dei coefficienti, che però sarà applicata soltanto alle loro pensioni.

di Sergio Soave

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