I moderati che vorrei – Sesto appuntamento – Innocenzo Cipolletta

Continua il viaggio dell’Indipendente in compagnia di personaggi dell’establishment culturale ed economico di sinistra. Un confronto che nasce dall’esigenza di riflettere sui temi forti della rappresentanza moderata, crocevia da cui passa la stabilità politica del nostro Paese. Questa settimana il terzo appuntamento è con Innocenzo Cipolletta. Gli altri sono disponibili qui sul nostro sito

Lei è un moderato thatcheriano?
Penso e spero di essere un moderato liberale. Ma mi faccia esprimere un certo disagio a catalogarmi: credo che la patente di liberale la debbano dare gli altri, quelli che giudicano le tue azioni e che nessuno possa dirsi da solo liberale o liberista. È quasi un controsenso autodefinirsi liberale.
Declini la sua appartenenza con un comandamento attuale.
Oggi l’idea che giudico più forte è questa: uno Stato mobile in un mondo che è mobile. Uno Stato, cioè, che interviene dove c’è carenza di mercato e di iniziative dei cittadini, e si tira indietro appena si creano condizioni di equilibrio e di concorrenza. Uno Stato che, quando affronta nuovi problemi e nuove esigenze si sappia tirare indietro dall’occuparsi dei vecchi temi e non pensi perciò di occuparsi di tutto senza, tra l’altro, averne i mezzi.
E lo Stato sociale dove lo mettiamo? Lo liquidiamo?
Lo riposizioniamo. Prenda l’assistenza sanitaria, così ragioniamo su una cosa molto concreta. Lo Stato ha fatto molto per creare una coscienza sanitaria presso i cittadini e per creare servizi: ora non può più, come in Italia, garantire tutto a tutti. È una scelta ingiusta e inefficiente.
Innocenzo Cipolletta, per esempio, le medicine deve pagarle di tasca sua.
Assolutamente. Le medicine come la visita specialistica. Devo pagare io, non lo Stato: magari attraverso la copertura di una polizza assicurativa. Nella mia fascia di reddito l’assistenza pubblica deve coprire solo interventi speciali, grandi rischi, come può essere una lunga cura contro l’Alzheimer.
È il modello americano.
Non proprio. Quello magari è l’eccesso opposto rispetto al servizio sanitario universale europeo. Preferisco il modello inglese, un buon mix tra Stato e privato. Vede, quando parlo dello Stato mobile, che si riposiziona, mi viene subito in mente un problema che abbiamo anche in Italia: la lotta contro la povertà. È un nervo scoperto, che non riusciamo ad affrontare se non attraverso le associazioni del volontariato. Per fare una vera politica contro la povertà, per aiutare i barboni, lo Stato ha bisogno di risorse, di mezzi, e può trovarli se i Cipolletta si pagano le medicine e se le corporazioni che “tutelano” i vecchi interessi sanno fare un passo indietro. Questa è la mobilità in campo di intervento sociale.
Lo Stato mobile, in Italia, deve attraversare le montagne delle corporazioni.

È la nostra più grave patologia. L’Italia è malata di corporativismo che, spesso, è alimentato proprio dalla spesa pubblica. Ci sono veri apparati che pretendono di rappresentare interi gruppi sociali, categorie, che vivono barricate a protezione di questi fortini. Smontarle è l’impresa più difficile, ma anche la più utile.
Le corporazioni non sono però un’esclusiva del pubblico. Esistono anche nel settore privato.
Esistono dappertutto. E producono continuamente nomenclature, interessi da zona grigia, riserve indiane. Danni per i cittadini, che pagano pegno, e per le istituzioni dove si è smarrito il senso dell’interesse generale. È un quadro desolante: l’ho descritto in un libro che presentai otto anni fa. La situazione non è cambiata, e semmai è peggiorata.
Anche gli imprenditori e i sindacati soffrono di corporativismo.
Purtroppo. E posso dirlo proprio perché ho fatto per dieci anni il direttore generale di Confindustria, e ho visto da vicino come anche le grandi associazioni di rappresentanza hanno bisogno di una scossa, una scossa di mobilità, di riposizionamento e di ridisegno delle proprie funzioni, per non agire in modo corporativo.
L’argomento mi incuriosisce. Provi a spiegarmelo con un altro esempio.
Una parte non trascurabile del lavoro delle associazioni industriali e sindacali è rappresentato dal negoziato per il rinnovo dei contratti nazionali. È uno spreco enorme di risorse, di uomini e di tempo. Ed è un modello di attività che risale al Novecento, quando appunto datori di lavoro e lavoratori avevano bisogno di questa tutela associativa per negoziare. Oggi non è più così, almeno nel mondo privato.

per continuare a leggere l’intervista scaricate il pdf qui

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: