Ipocrisie italiane – I trucchi e i danni delle banche in Telecom

Giornale«È possibile il nostro ingresso». Con queste parole, ieri, Corrado Passera ha ribadito il suo ruolo di king maker nella partita Telecom. E lo ha fatto davanti alla comunità finanziaria, nel giorno in cui ha presentato il primo piano industriale di IntesaSanpaolo. Anche su sollecitazione del governo, la bandiera che sventola su questo dossier è quella dell’italianità. Ma in realtà dietro questa parolina si nascondono un’idea dirigista del fare impresa e la certezza che le banche, già socie di Tronchetti e responsabili dei suoi disastri, continuino ad arrecare danni in un’azienda molto remunerativa. È da ingenui credere che non avrà un costo quella che Passera ha definito la difesa «dell’identità italiana di compagnie, che altrimenti sarebbero comprate dagli stranieri». Se ne sono accorti anche i vertici di At&t, che hanno ritirato la loro offerta su Telecom. Intesa come Unicredit (che non a caso si è sfilata dal dossier visto l’alto prezzo imposto da Olimpia per le sue quote) deve ora rispondere agli azionisti della bontà dell’operazione. E come lo farà? Con i profitti che ne scaturiranno. Le strade sono molteplici ma passano sempre per un intervento sull’alto indebitamento (circa 43 miliardi di euro) di Telecom: si guadagna con le laute commissioni per ristrutturarlo, così come con gli interessi per il denaro prestato ai presunti cavalieri bianchi, che dovrebbero difendere la bandiera dell’ex monopolista. Seguendo la lezione di Colannino e Gnutti prima, e di Tronchetti dopo, rischia di ripetersi per la terza volta una pura operazione di leverage buy (perverso meccanismo che vede l’indebitamento come arma a buon mercato per conquistare le società). Allo stesso modo non si risolve il macigno, l’alto debito per l’appunto, che rallenta l’evoluzione tecnologica dell’ex monopolista. Che, infatti, non ha fondi a sufficienza per lanciare una rete di nuova generazione. Non ci sono intenti filantropici neppure nell’attivismo di Mediobanca, altro istituto impegnato nel dossier. Piazzetta Cuccia è azionista di Telecom con una quota dell’1,54 per cento, partecipa al patto di sindacato con i soci di Olimpia (la Pirelli e i Benetton) e le Generali, quindi ha l’obbligo di tutelare il proprio investimento. Anche perché nell’ultimo decennio ha impegnato circa 790 milioni di euro per sostenere tutte le iniziative di Tronchetti. In realtà, se si vuole difendere la bandiera di Telecom – concetto ribadito soltanto 48 ore fa da Massimo D’Alema nel salotto televisivo di Lucia Annunziata – sarebbe meglio auspicare l’intervento di imprenditori italiani. Gente che però metta denaro liquido sul tavolo delle trattative e non punti soltanto ad aumentare l’indebitamento per arricchirsi con gli alti dividendi. E se non ci sono imprenditori di questa caratura, ne prenderemo atto. È la realtà del nostro capitalismo. Non stracciamoci le viste se la proprietà finirà in mano ad americani, messicani o spagnoli. Almeno loro ci metteranno soldi e piani industriali per lo sviluppo dell’azienda. E, da italiani, ci auguriamo che diminuiscano le bollette, approfittando dei nuovi ricavi.

di Bancor II

tanto per rimanere in tema Telecom, inseriamo il video dell’intervento di Beppe Grillo al Cda

qui la seconda parte

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One Response to Ipocrisie italiane – I trucchi e i danni delle banche in Telecom

  1. Fard Times ha detto:

    At&T in realtà è uscita di scena perché si è accorta di non avere tutti i requisiti posti dal Governo italiano come indispensabili per comprare un’azienda italiana: era in possesso dei soldi…

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