Che cosa ci aspettiamo dal congresso dell’Udc

GiornaleChe cosa possiamo ragionevolmente aspettarci dal congresso dell’Udc che si apre oggi? Ci saranno di certo atmosfera e baruffe postdemocristiane, ottime per gli articoli di colore sui grandi giornali e per qualche coro di atavica intolleranza ai cromosomi di figli e nipoti della Balena Bianca. Fregatevene, direi in coro ai dirigenti udc. E andate al sodo. Anche perchè questo congresso in termini di nomenclatura è già chiuso con un segretario, Lorenzo Cesa, che resterà il fiduciario organizzativo del leader, Pier Ferdinando Casini, e con i gruppi interni già schierati e quotati. Piuttosto è venuto il momento di fare capire anche a noi che cosa si intende per un partito dei moderati con l’ambizione di raccogliere consensi elettorali a due cifre. Partiamo dalla collocazione, perchè il Centro non è il luogo dell’indistinto e dell’equidistanza. Al contrario: nelle condizioni del Paese, dalle quali non si può prescindere, rappresenta una scelta radicale con la limpida missione di attrezzare una parte del campo politico. Diciamo l’ex area del Polo delle libertà, o anche l’ex centrodestra. E i moderati, per loro natura, sono persone che sanno unire, conoscono l’arte della mediazione abbinata a un’identità. La missione vale per Casini, che farebbe bene a dire parole chiare sull’argomento, e per i Tabacci, i Baccini, i Buttiglione, i Giovanardi, i Cuffaro, cioè per i dirigenti che possono anche avere opinioni concorrenti (è il sale della vita dei veri partiti) ma non per questo non sentire la responsabilità di una direzione di marcia da dare a un partito dei moderati. L’unità non effimera, la sintesi, si costruiscono, infatti, con un progetto sul quale il ritardo dell’Udc è preoccupante. Paolo Messa, che conosce bene facce e spigoli del suo partito, ha spiegato con efficacia, sul Foglio di ieri, che quando si combinano i nomi con i contenuti l’Udc evapora nella nebbia di posizioni inconciliabili e perfino incomprensibili. E non basta girare per i salotti in tv e dare interviste con ottimi propositi per modernizzare l’Italia. Forse sarebbe meglio concentrarsi sui contenuti, sul profilo anche culturale di questo benedetto partito dei moderati. Un lavoro che un tempo facevano, in prima istanza, i vari Centri studi o le varie riviste delle correnti dc, e che oggi, in termini moderni, potrebbe essere affidato, per esempio, a una fondazione e a luoghi della vita associativa, anche laterali alla politica. Come fanno i moderati in tutta Europa. Così, immaginando un partito a rete, aperto e non chiuso ai giochini dei soliti quattro amici al bar, sarà più facile diventare una calamita di establishment e di popolo. E diventerà anche legittimo, e non velleitario, candidarsi alla successione di Silvio Berlusconi, da moderati rivoluzionari (perchè modernizzare l’Italia è un lavoro rivoluzionario)

di Antonio Galdo 

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