Moratti Padre e la grande Inter

Italo CucciScrivono ai giornali, telefonano alle radio. Mentre stanno per raggiungere dopo diciannove anni il quattordicesimo scudetto (ed è la storia a dirci quanto sia costato il tricolore numero 13) i tifosi interisti sono presi dalla curiosità – quasi libidinosa – di sapere com’era Angelo Moratti padre. E mi chiedo perché. La risposta più semplice – e meno maliziosa – è che ritengano lo scudetto in arrivo una sorta di miracolo e Angelo il santo protettore. A dire il vero, per far fuori la Juventus ultracentenaria e occuparne lo spazio addirittura acquistandone i campioni (Vieira e Ibrahimovic) ci voleva davvero un intervento soprannaturale. Un’altra spiegazione – umanissima – è questa: nel momento in cui la grande famiglia nerazzurra sta per riacquistare nobiltà dopo anni d’esilio dalla Vittoria, è bello – e succede in tante famiglie non calcistiche – consultare l’albero genealogico per darsi Padri Nobili. Secondo Wikipedia – che ha il dono della sintesi – “Angelo Moratti, è stato un imprenditore petrolifero italiano. Ha fondato la Saras, un gruppo industriale italiano attivo nella raffinazione del petrolio e nell’energia attualmente controllato dai suoi eredi Gianmarco e Massimo. È stato presidente dell’Inter dal maggio 1955, subentrando a Carlo Masseroni, fino al 1968, quando lasciò la presidenza a Ivanoe Fraizzoli. E stato colui che ha costruito quella squadra che avrebbe dominato in Italia e nel mondo conosciuta ai più come la grande Inter. Dopo otto lunghi e difficili anni di presidenza cominciò a vincere e non si fermò più, era per certi giocatori come Antonio Valentin Angelillo (che cedette a malincuore) e Mario Corso (che ogni anno l’Allenatore Helenio Herrera metteva sul mercato e regolarmente Moratti toglieva) più che un presidente un secondo Padre. Nel 1951 era stato tra i fautori dell’accordo tra i nerazzurri e la principale squadra di hockey su ghiaccio di Milano, l’Hockey Club Milano, la cui nuova denominazione sarà Hockey Club Milano Inter; Moratti ne divenne vicepresidente, insieme allo stesso Fraizzoli. Con lui l’Inter ha vinto tre Scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. Oggi il figlio Massimo sta cercando di riportare L’ Inter agli antichi fasti”. Si dice anche che fu la moglie Erminia – nota come “la Lady” – tifosissima nerazzurra, ad infondergli l’amore per l’ Inter: una volta lo portò allo stadio e da quel momento Moratti si innamorò pazzamente di questa squadra. Io l’ho conosciuto, Angelo Moratti, e voglio ricordare di lui, innanzitutto, che faceva parte di una schiera di presidenti facilmente identificabili con l’etichetta longanesiana di “Vecchi fusti”. Anche per ricordare che gli epigoni coi quali abbiamo sovente a che fare sono i Nuovi Fusti di dubbia qualità. Erano dunque gli editori Rizzoli e Mondadori, il principe Lanza di Trabia, il Comandante Lauro, il Granduca di Toscana Ridolfi i grandi che sfiorai; e gli Agnelli, Moratti, Carraro (padre), Dall’Ara, il Conte Marini Dettina, Boniperti e Pianelli, Zenesini e Bortolotti, Paolo Mazza e Baglini e tanti altri coi quali ebbi rapporti intensi e continui. Vecchi fusti caduti tutti, peraltro, sotto la scudisciata di Giulio Onesti, il mitico presidente del Coni che un giorno – mettendo a confronto la loro abilità di imprenditori con la dabbenaggine di presidenti cacciamilioni – li definì sic et simpliciter Ricchi Scemi. Ho conosciuto Angelo Moratti – dicevo – nei saloni di quell’Hotel Gallia che il principe Lanza di Trabia aveva traviato, portandovi il famigerato Calciomercato. Il principe – allora – gestiva la campagna acquisti- essioni del suo Palermo ricevendo i mercanti nella sua suite, anzi nella vasca da bagno, offrendo champagne e indebitandosi fino al punto di scegliere, un giorno, di buttarsi a volo d’angelo dal balcone di un grande hotel romano fin sul selciato. Ho spesso ricordato che lasciò in eredità alla moglie, l’attrice di teatro Olga Villi, un calciatore argentino di scarsa fama e abilità, tal Martegani: dalla vicenda Garinei e Giovannini trassero una commedia musicale.Erano i tempi in cui l’Inter usciva da anni bui, da una lunga amara attesa, grazie all’abilità del general manager Italo Allodi e dell’allenatore Helenio Herrera detto il Mago. In quei tempi Moratti, ricco non scemo, portò a Milano fior di campioni, ma fu l’arrivo di Suarez e Jair a completare il quadro e a favorire conquiste nazionali e internazionali; gli interisti d’antan recitano quella formazione come una poesia: Sarti, Burgnich, Facchetti; Bedin, Guarneri, Picchi; Jair, Mazzola, Milani, Suarez, Corso; anche se il primo scudetto morattiano, stagione ‘62-’63, vedeva in porta Buffon (zio dello juventino) e altri illustri pedatori. All’alba dell’estate, Moratti era impeccabile e principesco ospite della chiusura del calciomercato. Arrivava al Gallia a tarda sera, quando ormai errori e colpacci erano stati sanciti da firme che allora avevano valore. Vestiva immancabilmente un gessato blu che faceva risaltare la perenne abbronzatura e una chioma di capelli bianchissimi, ondulati e impomatati. Fumava con un prezioso bocchino e dispensava fra volute di fumo sorrisi, saluti, benedizioni, spesso senza stringere le mani che invece alzava in un gesto fra il sacro e il trionfale. Veniva voglia d’accostarlo, a quell’ora, di strappargli qualche parola che avrebbe fatto titolo di prima pagina perché non era mai banale, attento alle necessità della stampa sportiva: sarebbe diventato il primo grande comunicatore non straparlando, come tanti presidenti fanno oggi, ma dispensando preziosità. Erano, d’altra parte, anche i tempi dell’astro nascente juventino Giampiero Boniperti – dico del presidente, ché il calciatore era ormai un mito – il quale a domanda rispondeva con una domanda uguale e contraria. E si invidiava, allora, Gianni Brera che con Moratti aveva dimestichezza pur risultando al suo cospetto, nella sua grandezza di giornalista, un cortigiano di vaglia. Come Niccolò Carosio, re dei radiotelecronisti (ne ricorre il centenario della nascita) che brindava a wiskaccio alle vittorie dell’Inter, dedicandole a Erminia Moratti da lui ribattezzata “Lady”.Perché soprattutto in questo – e non solo nella ricchezza materiale – stava la grandezza di Angelo Moratti: riusciva infatti a tener lontani anche coloro che gli erano più vicini, risultando quindi amatissimo dai suoi sudditi, odiatissimo dagli avversari che ne invidiavano il potere pressoché assoluto. Aveva infatti sede a Milano la Lega Calcio che veniva definita, in onore o in odio a Moratti“ , “Lega Lombarda”. Un uomo solo riusciva ad accostarlo, a farlo ridere mentre gli strappava cinquantamila lire ricambiandolo con beffe: Jimmy il Fenomeno, nota e spassosa comparsa di tanti film “all’italiana”. C’era la corte, c’era il buffone. Ma forse non era solo, Jimmy.

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8 Responses to Moratti Padre e la grande Inter

  1. Watergate ha detto:

    Per noi interisti questo scudetto che sta per arrivare è il numero 15, il 13° lo conquistammo allo stesso modo, con un distacco abissale sul Napoli di Maradona.

    Mi permetto di sindacare questa frase:

    “A dire il vero, per far fuori la Juventus ultracentenaria e occuparne lo spazio addirittura acquistandone i campioni (Vieira e Ibrahimovic) ci voleva davvero un intervento soprannaturale.”

    Lo stesso che ha permesso a Real e Barca di acquistare dei giocatori che hanno chiesto di andar via, non ritenendo dignitosa la scelta di rimanere in B, lo stesso che ha permesso alla Fiorentina di avere Mutu. L’intervento soprannaturale è venuta dalla terrena magistratura ordinaria, che indagando su scommesse ed associazioni a delinquere varie, ha inoltrato delle carte processuali alla procura federale. Il Signore non si occupa di Moggi e di Moratti, credo, nemmeno quando è invocato negli incontri segreti con le segretarie della federazione, in qualche bella chiesa della capitale.

    Nello sport la lealtà conta più di ogni pretesto. Il 14° non sarà stato bello, ma per noi conta a titolo risarcitorio per quello sottratto impunemente nel 1998, in una stagione i cui errori arbitrali a favore della Juventus, sono solo definibili grotteschi, per non diventare offensivo. E questo per dire di uno, bypassando il significato dell’ultima sentenza della Cassazione, miracolosamente scomparsa nelle analisi di questo fine settimana.

    Saluti.

  2. marco ha detto:

    Non so come fosse come persona, forse uno stronzo, forse no. Quello che rimane è il sogno che ha regalato a tanti tifosi dell’epoca e non.

  3. Italo Cucci ha detto:

    Quello che non mi è piaciuto, caro Watergate, è lo scudetto che l’Inter ha chiesto e ottenuto, privandone la Juve che in realtà non è mai stata accusata di corruzione ma di essersi semmai giovata dei superpoteri di Nembo Lucky per spadroneggiare sull’intero calcio italiano. Più in chiave di mercato che di vantaggi sul campo. Non mi è piaciuto, soprattutto, che non si sia seguita la prassi, ovvero la scelta fatta nell’unico caso precedente che doveva far testo. Il campionato 1926.’27 fu vinto dal Torino che tuttavia fu coinvolto in un caso di corruzione e privato del titolo. Secondo norma, questo sarebbe toccato al Bologna, arrivato secondo, e invece nell’Albo d’Oro risulta non assegnato (semplicemente “revocato”). E sai perché? Perché il presidente della Federcalcio d’allora era Leandro Arpinati, fascistissimo ras di Bologna, amico personale di Mussolini, potentissimo anche a Roma (diventò anche responsabile nazionale dello sport e segretario del Partito): e da bolognese non volle che si pensasse che la squalifica del Torino fosse vista come una manovra per favorire i rossoblù. Non volle, insomma, che si evidenziasse un chiaro conflitto di interessi. Ho letto su Arpinati immani fesserie in quei fogli torinesi che ogni tanto chiedono – sin verguenza – la restituzione di quello scudetto perduto – dicono – “per manovre fasciste”. Così come qualcuno attribuisce alle sgtesse manovre il titolo mondiale del 1934 o il primo scudetto della Roma, dimenticando che Mussolini se ne sbatteva del calcio e i mussolinidi tifavano Lazio. Era un uomo onesto e coerente, Arpinati, al punto di trovarsi in disaccordo con il Duce suo vecchio amico. E allora i gerarchetti invidiosi lo isolarono e quando cadde in disgrazia lo perseguitarono fino a provocarne la dolorosa fine. Una persona perbene, dicevo, che degli scudetti altrui non sapeva che farsene. Curiosità: l’avvocato cantamessa, legale del Milan e ottimo appassionato di calcio, è suo nipote. Se poi vuoi saperne di più, di Arpinati, cercalo sui google. C’è sempre qualcosa da imparare.

  4. Francesco Lo Dico ha detto:

    Caro Italo, il pensiero non può fare a meno di correre –in un raptus maligno– a Moratti, a Tronchetti Provera, a Guido Rossi che dalla sella della Federcalcio è saltato su quella della bizzosa Telecom. Ma forse è meglio parlare di elefanti,no?

  5. Italo Cucci ha detto:

    Caro Francesco, l’elefante longanesiano può attendere. Parliamo pure di Rossi. Come mai lo hanno estromesso anche da Telecom? C’è qualcuno, lassù, che gli ha detto di non continuare a credersi un padreterno. E per gli Amici di Famiglia, in fonfo, è un bene. Adesso possono dire che Rossi non era un alleato ma un nemico. Bella, no?

  6. Francesco Lo Dico ha detto:

    Le tue parole, caro Italo, mi hanno suggerito una curiosa storiella. Senti:
    Nel calciomercato con investimento massimo Moratti non era mai riuscito ad assicurarsi il controllo. E dunque, tra i fumogeni e i trilli via l’ex-controllore delle Ferrovie, dentro il controllato Pirelli, e arriva la liquidazione di squadre vincitrici di scudetti per via giudiziaria. “Quod non fecerunt Paganin, fecit Rossi arbiter”
    Nel libero mercato con investimenti minimi Tronchetti si è assicurato il controllo. Guido Rossi viene chiamato alla guida della Telecom per incassare il premio scudetto.Passati i festeggiamenti Guido fa proclami di salvezza all’inizio del ritiro, e da mister che ha vinto molto comincia a disobbedire alla Presidenza «Gli schemi li faccio io». Gli spiegano che lui non è mica l’allenatore vero, deve solo sedere in panchina, agli uomini in campo ci pensa un altro uomo in tribuna molto indaffarato con i cellulari(degli altri). Guido Rossi lascia la guida della squadra indispettito. Breve conferenza stampa e accuse all’ex-dirigenza: l’azienda è irriconoscente. Parlava dell’Inter o di Telecom? La morale della storia: un conto è fare un regalo a un’azienda, un altro conto è volersi impossessare della fabbrica che l’ha prodotto. E vissero tutti nemici e contenti

  7. Italo Cucci ha detto:

    A questo punto, vorrei sapere anche da altri lettoridell’Indipendente, certo non traviati da abbondanti e perniciose letture biecamente sportive, come la pensano sulla querelle Inter-Juve, Mancini- Cobolli Gigli. E se hanno talento si esibiscano anche su Tronchetti-Rossi, Lascino in pace Afef: bella, elegante, sincera, simpatica. Anche interista, sì. La sua foto più amata dai tifosi nerazzurri l’ho fatta scattare per una copertina del “Guerin Sportivo”: lei in maglietta e mutandine (oh!) e scarpette da calciatrice della Beneamata. Scopritela su internet. Vale la pena.

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    Moratti Padre e la grande Inter | Il blog dell’Indipendente

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