Prigionieri anonimi uccisi, prigionieri illustri liberati. Sayed e Mastrogiacomo

Credo che nel Buongiorno della Stampa di oggi, Gramellini esponga sinteticamente e con la sua solita efficacia una situazione alla quale non è stata prestata, per ovvi motivi, l’attenzione che avrebbe dovuto meritare. Riporto le sue frasi:

Vorrei inviare una carezza di carta alla moglie di Sayed Agha, l’autista di Daniele Mastrogiacomo che i talebani hanno sgozzato con la stessa pietà che il macellaio dedica a un prosciutto. Uno degli orrori delle guerre è che ci obbliga a selezionare le commozioni. Nessuno, a parte forse qualche santo, ha energie sufficienti per soffrire ogni giorno e per ogni corpo che cade. Perciò si finisce col concentrare l’emotività su un caso emblematico, di solito quello che vede protagonista un proprio connazionale. Meglio se giornalista o pacifista, al fine di conservare un’illusione pelosa (e penosa) di equidistanza fra le parti. Ma anche all’interno della microstoria che accidentalmente eleviamo a Storia non tutti i personaggi godono della stessa attenzione. Sayed è stato fin dall’inizio «l’autista di», come se non avesse un nome, un’identità, una dignità propria. Occupati a trepidare per la sorte dell’ostaggio italiano, abbiamo accolto con distrazione e quasi con indifferenza la notizia che era stato decapitato e che sua moglie, incinta di sei mesi, per il dolore aveva perso il bambino.
Ma adesso Mastrogiacomo è libero e ci sentiamo liberi anche noi di rivolgere il pensiero a una donna e al suo uomo, che aveva l’unico torto di guadagnarsi da vivere scarrozzando giornalisti lungo strade infestate da esseri umani nei cui gesti riesce davvero difficile trovare il barlume di quella divinità della quale si professano custodi.

Ora possiamo dedicare un po’ di attenzione al dolore di quella donna che ha dovuo affrontare la tragedia nella tragedia, di perdere marito e (futuro) figlio in un colpo solo. Il prezzo da pagare per la liberazione di Daniele Mastrogiacomo è stato caro per tutti (non in termini di denaro come – forse – è successo nei casi precedenti). Le vite in gioco erano tante, sia di chi ora non c’è più, e sia di chi ora è stato liberato (dalla prigionia e dal carcere) ed ora può tornare senza intoppi in Italia a raccontare la propria esperienza o in patria a rimpinguare il numero di teste di autisti che verranno tagliate nei prossimi tempi. Allora il gioco valeva davvero la candela? A tal proposito segnalo nuovamente il post di ieri il succo del quale era la condotta dei reporter di guerra. Embedded, allo sbaraglio o dalla propria camera d’albergo?

“…c’è da chiedersi se il clima di competizione tra giornali, alimentato dalle redazioni spesso ignare della situazione sul terreno, sia in questo caso solo foriero di disastri annunciati. C’è una lezione da imparare, nonostante le diverse sfumature tra loro, da casi come quelli di Daniel Pearl in Pakistan, di Giuliana Sgrena in Iraq, e, per rimanere in Afghanistan, di Maria Grazia Cutuli, di Gabriele Torsello, di Daniele Mastrogiacomo oppure di Karen Fisher, la giovane reporter della Deutsche Welle recentemente uccisa con un collega sulla strada Kabul-Bamyan, considerata tra le più sicure? Sì, c’è. Che in queste situazioni il giornalista non viene visto per quello che è, ma come un attore tra tanti altri – militari, civili, diplomatici – presenti sulla scena e che può diventare un utile strumento per ottenere soldi (come nel caso di Clementina Cantoni) o visibilità politica (come nel caso dei sequestri di matrice talebana o al qaedista)”

A proposito della responsabilità delle redazioni, ieri sera Feltri a Porta a Porta ha detto che non si prenderebbe mai la responsabilità di mandare un giornalista in un territorio che non sia perfettamente sicuro. Allora nessun reporter nei teatri guerra? Forse non è la soluzione giusta. Farlo con cognizione di causa, quello è un altro discorso.

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