Mastrogiacomo e gli altri reporter. Come non diventare strumenti di ricatto?

Riportiamo di seguito il pezzo di Filippo di Robilant apparto sul numero odierno dell’Indipendente. Cosa ne pensate? Sul nostro sito abbiamo anche aperto un sondaggio.

Il codice di condotta dei giornalisti nei teatri di guerra non è soltanto un problema di etica professionale.
Una lezione da imparare: come si può evitare il rischio di diventare strumenti di terribili ricatti

Dopo il sollievo per la liberazione di Daniele Mastrogiacomo è forse possibile affrontare con serenità il tema del comportamento dei giornalisti nei teatri di guerra o in fragili situazioni post-belliche. Per le potenziali conseguenze, è un tema che ci riguarda tutti. Allora, esiste una via di mezzo tra il giornalista rintanato nella stanza d’albergo a scrivere il pezzo guardando la Cnn e quello scalpitante che pensa che il pericolo sia il suo mestiere? O tra il reporter embedded e quello pronto a gettarsi nella mischia? Certamente sì. Per assolvere il compito di vedere, capire, decifrare e raccontare, un reporter che interroga e s’interroga, ma in maniera prudente, non è meno professionale di uno che sfida il pericolo, soprattutto in un contesto labile come l’Afghanistan. Si tratta di un Paese dove molte province sono da decenni fuori da qualsiasi controllo e dove attività illecite, violenza, impunità e omertà fanno parte della vita quotidiana. Tra queste vanno certamente annoverate le province di Kandahar, roccaforte talebana, e Helmand, una delle principali aree di coltivazione del papavero. In ontesti simili, qualsiasi giornalista farebbe bene a non sentirsi investito da improbabili “missioni” o sottostare a vaporose e fuorvianti “leggi del mestiere”. Semmai, l’unico faro dovrebbe essere quello di conciliare il proprio ruolo con il buon senso. Anzi, c’è da chiedersi se il clima di competizione tra giornali, alimentato dalle redazioni spesso ignare della situazione sul terreno, sia in questo caso solo foriero di disastri annunciati. C’è una lezione da imparare, nonostante le diverse sfumature tra loro, da casi come quelli di Daniel Pearl in Pakistan, di Giuliana Sgrena in Iraq, e, per rimanere in Afghanistan, di Maria Grazia Cutuli, di Gabriele Torsello, di Daniele Mastrogiacomo oppure di Karen Fisher, la giovane reporter della Deutsche Welle recentemente uccisa con un collega sulla strada Kabul-Bamyan, considerata tra le più sicure? Sì, c’è. Che in queste situazioni il giornalista non viene visto per quello che è, ma come un attore tra tanti altri – militari, civili, diplomatici – presenti sulla scena e che può diventare un utile strumento per ottenere soldi (come nel caso di Clementina Cantoni) o visibilità politica (come nel caso dei sequestri di matrice talebana o al qaedista). Quindi non può ritenersi esente dal prendere le ragionevoli precauzioni che gli altri operatori s’impongono. Durante le elezioni parlamentari del 2005, la Ue aveva più di 160 osservatori (la maggior parte casalinghe e pensionati!) sparsi per il Paese: sono tutti tornati a casa perché avevano un codice di condotta da rispettare e chi sgarrava veniva rimpatriato su due piedi. Il senso di responsabilità dovrebbe prevalere, sempre. Perché scelte avventurose, quando non vanno per il verso giusto, possono avere effetti devastanti a tutti i livelli: dalla sorte dei propri collaboratori locali (la cui incolumità è sempre a rischio) fino a condizionare il destino di una missione di peace- keeping. Nel caso di Mastrogiacomo veniamo informati anche della liberazione di 3, 4, forse 6 talebani, uno dei quali avrebbe la sorte già segnata. A volte il vero coraggio, in questo mestiere, è quello di sapersi tirare indietro al momento giusto.

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3 Responses to Mastrogiacomo e gli altri reporter. Come non diventare strumenti di ricatto?

  1. […] prossimi tempi. Allora il gioco valeva davvero la candela? A tal proposito segnalo nuovamente il post di ieri il succo del quale era la condotta dei reporter di guerra. Embedded, allo sbaraglio o dalla propria […]

  2. […] non Rambo con carta e penna Abbiamo già parlato del mestiere di reporter in tempo di guerra, qui con l’articolo di Filippo di Robilant che fornisce il suo punto di vista e qui con altre […]

  3. […] e giornalismo. Una soluzione dagli Usa Ci siamo già occupati qui e qui delle problematiche relative ai giornalisti inviati nei territori caldi. Qui c’è un […]

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