Concorsi bloccati, trentenni al palo

Il ministero della ricerca e dell’università non ha ancora bandito i concorsi per associati e ordinari. Concorsi che, per la prima volta dopo la riforma Moratti, avrebbero carattere nazionale. E che consentirebbero un turn over generazionale importante all’interno degli atenei italiani, dove la percentuale di trenta-quarantenni in cattedra è tra le più basse d’Europa. Ma perché i concorsi non vengono banditi? Luciano Modica, sottosegretario dell’Università e della Ricerca, ha dichiarato che svolgere nello stesso anno i concorsi per ordinari e associati creerebbe gravi problemi all’università italiana. Ma è un’argomentazione che appare debole. I veri motivi sembrano altri. «Le intenzioni del governo», dice Giuseppe Valditara, responsabile per scuola e università di An, «non sono chiare. Da un lato serpeggia la tentazione di mettere mano alla riforma Moratti, dall’altro l’università soffre per mancanza di risorse ». I concorsi dovrebbero bandirli infatti i singoli atenei, ma mancano i soldi e certo i tagli della finanziaria al settore università e ricerca non agevolano. «Eppure », dice il professore Gino Labruna, presidente uscente del Consiglio universitario nazionale «non bandire i concorsi è un errore. Primo perché favorirebbero un ricambio generazionale nel momento in cui ampi settori del vecchio ordinariato si preparano a uscire dall’università. Secondo perché il concorso su base nazionale torna ad essere una soluzione positiva rispetto all’eccessiva localizzazione dei concorsi universitari degli ultimi anni». Ma Labruna ricorda che le resistenze sono anche dovute al fatto che gli atenei sono in grande sofferenza finanziaria. «Gli errori», per Antonio Liberatore, segretario del Uspur, sindacato dei professori universitari di ruolo, «sono stati fatti negli anni passati. Ci sono 18mila ordinari nelle università italiane. È evidente che sarebbe positivo indire i bandi di concorso, ma il sistema Paese non riesce a dare più di tanto all’università».

di Riccardo Paradisi

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