Violenza negli stadi. E se usassimo le cam inglesi?

Helmet camMentre in Italia infuria la deficienza all’ultimo stadio e gli arbitri fanno a gara a chi si sbatte sul muso il cartellino rosso più persuasivo, in Inghilterra i ritorni d’immagine si sfruttano sul serio. Perché i poliziotti d’Oltremanica li trasformano da qualche tempo in fatti grandi come case,in grado di inchiodare vigliacchi e facinorosi nel momento stesso in cui scagliano la pietra. A riprendere tutto il terzo occhio dei bobby inglesi, la “helmet cam”, una microcamera collocata su un lato del loro copricapo di ordinanza. Un piccolo dispositivo che nell’area metropolitana di Plymouth ha garantito un aumento di arresti pari all’85 per cento. Molto leggere, le videocamere da elmetto stanno mostrando un peso enorme tra i banchi del tribunale, sui quali ciascuna è capace di riversare fino a quattrocento ore di testimonianze audio e video. Una congerie di dati enorme, che spesso si rivela schiacciante anche per i latitanti in vena di falli di confusione. Perché le città inglesi accolgono ormai a vigilanza delle proprie strade più di 4 milioni di telecamere a circuito chiuso. Le stesse che, con l’usuale sbigottimento post-mortem vigente in Italia, abbiamo scoperto mancare allo stadio di Udine. Le stesse che al Massimino, secondo un’altra norma che impone le perizie previa tragedia, funzionano male. Per la verità anche nel Regno Unito le telecamere suscitano maggiore entusiasmo tra le forze dell’ordine che tra i privati cittadini, e non manca chi, come il ricercatore della University of Reading, Andrew Adams, ha biasimato la deriva orwelliana della nuova tecnologia in un rapporto, il “Regulating Cctv”, messo in circolo proprio in questi giorni. «L’immagine marchia il cittadino con una raggiante reputazione o uno stigma indelebile», scrive Adams, che scorge nelle videocamere governative un attentato all’identità e alle dinamiche con cui gli individui intessono delle relazioni. «Ciascuno deve avere la possibilità di negoziare la propria identità con il mondo», prosegue il ricercatore, fermamente convinto che l’uso delle immagini vada regolamentato, e al limite sfruttato solo in caso di necessità. Certo è che se le dinamiche con cui il farabutto del Massimino intesse rapporti con gli altri, sono quelle di cui tutti abbiamo letto, e continuiamo a leggere da anni dubitando che si tratti di resoconti dal fronte, viene spontaneo mandare in malora tutte le filosofiche doglianze che denunciano la deiezione in un mondo informatizzato e crudele, che tutto spia e tutto riporta. Assoli di flauti eruditi che tanto stonano in luoghi, come gli stadi in cui la violenza tribale è scandita al ritmo di tamburi e bombe carta. Un luogo che gli ultrà più impenitenti, rivestono di un alone titanico. Un luogo avulso, esonerato dagli obblighi della civiltà, in cui l’eroismo consiste nel colpire nel mucchio. Un altrove in cui molte famiglie italiane, molti poliziotti italiani, molti morti italiani, ci vedrebbero benissimo la sorveglianza, le helmet cam e quant’altro consenta di supplire alla vigliaccheria di chi colpisce a caso e poi rivendica la propria privacy. Le videocamere ce le siamo volute. Ce le meritiamo.

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One Response to Violenza negli stadi. E se usassimo le cam inglesi?

  1. alfa49 ha detto:

    + lavoro -webcam

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