Calcio-violento e capri espiatori
Ci risiamo. Non appena le istituzioni – Stato compreso – faticano a imporre il rispetto delle norme e delle leggi esistenti, ecco che se ne inventano di nuove. Come questo “codice di autoregolamentazione delle trasmissioni di commento degli avvenimenti sportivi” elaborato da ben tre-ministri-tre. Evidentemente il calcio sollecita la fantasia dei politici creativi. Quando decidemmo di importare dall’Inghilterra le norme contro la violenza da stadio, fu come adottare un “bignamino” dei mastodontici codici nostrani nelle cui pagine – a ben vedere, e leggere – tutto è previsto, tutti i comportamenti illeciti sono enumerati, perseguibili e sanzionabili. Ma si sa: spesso si modificano riti antichi solo per far vedere che ci si rinnova. Eppure, quando si tratta del rispetto delle leggi, quando c’è in ballo la violenza, dovrebbe essere vietato fingere inflessibilità se poi non si è in grado di assicurarne l’applicazione. È un po’ quel che succede sulle strade d’Italia: davanti a tante vittime, si inaspriscono le sanzioni, ma poi ti capita di fare duecento chilometri senza incontrare una pattuglia. I giornalisti che hanno accolto con sommo gaudio questa “autoregolamentazione” dovrebbero, a dir poco, partecipare a qualche sessione d’esame professionale: lì, i candidati potrebbero – a richiesta – snocciolare tutte le regole che costituiscono la deontologia, e ce ne sarebbe abbastanza per garantire un uso corretto degli strumenti professionali detti anche semplicemente armi del mestiere. Il guaio è che il problema riguarda solo in piccolissima parte i veri addetti ai lavori, quelli con la “patente” rilasciata da un Ordine spesso distratto: se fosse attento, il massimo organo corporativo, perseguirebbe adeguatamente coloro che esercitano la professione abusivamente e che numerosi gonfiano l’etere di volgarità, di accenti violenti e – scusate – di analfabetismo. Questi, non sorretti da una specifica deontologia, continueranno a fare quel che vogliono e sanno, come gli è consentito da anni, arrivando fino all’istigazione a delinquere senza che le autorità competenti (si dice così), spesso interpreti del gioco delle tre scimmie, si diano la pena di intervenire. Ci vuole il morto – e il caso del povero agente Raciti è esemplare – perché si prendano provvedimenti, sempre tardivi, spesso ispirati dall’emozione del momento. Si è fatto un bel dire che la violenza negli stadi è – stando ai numeri più recenti – scemata; ci si è dimenticati di guardare gli spalti degli stadi, sempre più vuoti. Quando saranno deserti, la violenza sarà debellata. O trasferita. Certe organizzazioni di presunti tifosi che programmaticamente si battono contro le forze dell’ordine troveranno (li hanno già trovati) altri spazi nella vita sociale quotidiana per gridare «All Cops Are Bastard» e comportarsi di conseguenza. Le “trasmissioni di commento degli avvenimenti sportivi” seguono spesso un canone ben preciso, ovvero quella condotta adottata da molte emittenti anche paludate in tutti i campi, non solo quelli calcistici. Ed è – consentitemi – piuttosto vile citare sempre il Processo di Aldo Biscardi come esempio di malcostume televisivo e indicare il Rosso Antico come istigatore dei violenti, mentre non si ha il coraggio di colpire altri e più “impegnati” Bravi Presentatori dispensatori di qualificanti comparsate e di squisite perle di saggezza. In tivù è “trend”’ il trionfo dei forti che aggrediscono i deboli e si genuflettono davanti ai potenti; dei cosiddetti intellettuali che si azzuffano mostrando sentimenti – come l’invidia e l’intolleranza - molto più violenti di quelli esibiti in certe dispute pallonare dove la finzione è regina. Fiction (realtà romanzata) e reality (spettacolo della realtà) non sono solo generi televisivi di successo ma anche ingredienti primari di tanti popolari talk show (scusate gli anglicismi a ripetizione ma questo prevede il menu) spacciati come prodotti dell’informazione e dell’opinione. Ho visto schiaffeggiarsi e insultarsi critici letterari e mediatori politici. Ho visto intellettuali isterici o bonaccioni diventare riveriti maitre à penser. E l’urlo, l’urlo è la chiave di volta dell’audience. È capitato anche a me, molto tempo fa, di eccedere secondo istinto e moda. Poi, mi sono adeguato ai tempi: nel senso di abbassare i toni della parola a mano a mano che aumentava il rischio di influenzare i violenti o almeno di fornirgli un alibi. Questa è “autoregolamentazione” che risponde anche a una esigenza crescente dopo il festival del blabla confusionario e spettacolare: farsi capire. I fattacci che quotidianamente si registrano nel mondo dello sport lo esigono. Almeno dai giornalisti. Che non sono – come vorrebbe far ritenere la succitata riforma – di serie B perché sportivi. Si provino, i nostri legislatori, a imporre certe regole agli “altri”: si griderebbe all’attentato contro la libertà di stampa. Un consiglio ad uso della chiacchiera pallonara vorrei comunque darlo: usate con intelligenza la moviola che spesso diventa un’arma contundente o – come si è visto – uno strumento truffaldino. E smettete di leggere i debolissimi pensieri dei protagonisti quando affiorano sulle loro labbra. Moviolisti. Labialisti. Forse giornalisti?

















































